Il gno viaç

Il viaggio di Gebril

 

“Dentri dal 54m Pali Teatrâl dai Students Citât di Udin, o vin il plasê di invidâUs al spetacul “Il gno viaç”, gjavât fûr de storie vere di Mohamed Gebril elaborade di Alberto Bordin, cun Leonardo de Agostini e Alessia Zomero, coordenament di Nicoletta Oscuro cu la colaborazion di Hugo Samek”.

 

Il friulano: una lingua che a tratti può sembrare difficile da comprendere, ma che sotto quella scorza protettiva cela un sentimento autentico. Che ritroviamo in pieno nel titolo di quest’opera teatrale: “Il gno viaç”, il mio viaggio, “tratto dalla storia vera di Mohamed Gebril elaborata da Alberto Bordin, con Leonardo de Agostini e Alessia Zomero (dell’istituto Malignani), coordinato da Nicoletta Oscuro in collaborazione con Hugo Samek”. Una storia che vibra assieme a quelle di tanti altri ragazzi fuggiti dai loro paesi e ora ospiti della Fondazione Casa dell’Immacolata. Leonardo e Alessia, hanno dato voce e corpo al racconto di Mohamed Gebril, che un paio di anni fa, ancora minorenne, ha lasciato l’Egitto, per venire in Italia. Un viaggio di un ragazzo aggrappato forte al sogno di una nuova vita segnato da una speranza insopprimibile, ma anche dalla paura strisciante dell’incognito. Una storia che si intreccia con quelle di tanti “Gabriêl incontrati lungo il cammino”.

E’ il “Gruppo Stella Azzurra” in collaborazione con il “Teatri Stabil Furlan” e la “Società Filologica Friulana”, che lo scorso 21 maggio ha portato in scena “Il gno viaç” (al Teatro Palamostre di Udine), all’interno di un progetto originale di studio sull’impiego della lingua friulana in ambito teatrale.

 

Il Palio Teatrale Studentesco

“Il gno viaç” è stato uno degli ultimi appuntamenti del Palio Teatrale Studentesco “Città di Udine”, una vera e propria kermesse culturale attiva dal 1972. Che ha coinvolto gli studenti delle scuole superiori in produzioni teatrali, un’iniziativa promossa dall’associazione culturale Teatro Club Udine (gemellato con il Palio Teatrale Studentesco “Città di Velletri” – RM, e il Palio Teatrale Studentesco “Città di Pontassieve” – FI). “54 edizioni di Palio Festival – ha spiegato il presidente di Teatro Club Udine, Alessandra Pergolese, nel libretto che illustra il programma – 15 serate di teatro tra aprile e maggio con 2 spettacoli a sera, 26 gruppi teatrali partecipanti per un totale di oltre 400 ragazzi e ragazze coinvolti in un progetto di coesione, condivisione e libera espressione”. “La contaminazione, la sperimentazione e la trasformazione – ha sottolineato – sono i tratti salienti di un complesso percorso artistico e creativo, che vede gli studenti impegnati per diversi mesi nella fase di preparazione, che costituisce di fatto la concreta costruzione di un sogno da condividere al pubblico”.

Dal canto suo il responsabile artistico del Palio, Paolo Mattotti, ha voluto approfondire ulteriormente l’essenza dell’iniziativa: “Il Palio non è solo un festival, ma un laboratorio di crescita, un luogo di incontro in cui l’arte diventa espressione autentica e strumento di condivisione. Il teatro può assumere un ruolo fondamentale anche nell’intercettare e dare voce al disagio adolescenziale. Vi è sempre più l’urgenza di un ascolto che deve essere calibrato in modo tale da cogliere realmente come si sentono e di cosa hanno bisogno le ragazze e i ragazzi: sono parole recenti del Garante dell’infanzia e dell’adolescenza, che già lo scorso anno aveva lanciato l’allarme, criticando l’indifferenza dei governanti e il loro far finta che i minorenni non esistano”.

Un’indifferenza tangibile, quella dei nostri governanti, che fin troppo spesso ignorano le richieste di aiuto di ragazzi e ragazze in piena crisi adolescenziale che chiedono solo di essere ascoltati.

 

La trama

“Da dove vieni? Di dove sei? A che luogo appartieni? Cosa definisce chi sei?

Se mi guardo indietro che cosa ho imparato? Che persona sono diventato oggi?

E soprattutto che futuro mi attende?”.

La sintesi della trama è racchiusa in poche parole. Che però colpiscono dritte al cuore. Senza “nessuna retorica”, perché la vita è capace di sorprendere più di qualsiasi trama di un film. 

“Un giovane, un milione di giovani, un viaggio, il mare, il futuro in controluce, nessuna retorica.

Un racconto scarno, asciutto, frasi brevi, nessun orpello, si dice solo quello che si è in grado

di dire ed è già tantissimo. Ci sono cose che si possono raccontare solo da molto lontano,

serve mettere distanza, avere pazienza, capire di chi fidarsi.

Ci sono parole che per pronunciarle occorre che qualcuno si metta nei tuoi panni e provi a fare

almeno un pezzetto del tuo viaggio. Ci sono luoghi dove indossare i panni di qualcun altro è anche un bel modo per capire qualcosa di sé”.

La storia, appunto, è quella di Mohamed Gebril “arrivato dal mare ormai due anni fa attraverso un viaggio ‘della speranza’ che ricorda molto i viaggi dei giovani friulani emigranti dell’Ottocento e del Novecento verso le Americhe. Anche lì un mare da attraversare, una nuova terra da scoprire, rischi e pericoli dell’andare, affetti e ricordi da lasciarsi alle spalle.

D’indulà vegnistu? D’indulà sêstu? A ce puest partegnsitu? Ce definissial cui che tu sês?

S’o mi cjali indaûr ce aio imparât? Ce persone soio deventât vuê ? E soredut ce divignî mi spietial?

Così Leo prova a dar voce a Gebril attraverso tutti i Gabriêl incontrati lungo il cammino”.

 

Le parole di Gebril

Sono occhi che hanno visto tanto, sicuramente troppo per un ragazzo della sua età. Ma quelli di Gebril sono occhi che oggi riflettono il desiderio insopprimibile di voglia di vivere. Che nessuno gli potrà mai togliere.

Gli chiedo cosa ha provato nel vedere la sua storia rappresentata a teatro. “Hanno fatto un grande lavoro – mi risponde di getto – è stato qualcosa di meraviglioso, sono riusciti a trasmettere quello che avevo nel cuore… Alcuni amici mi hanno detto di essere orgogliosi di me, e questo mi ha reso felice”.

Cerco di capire quali siano stati i momenti più difficili del suo viaggio dall’Egitto all’Italia. “Tutto il viaggio è stato difficile – ribadisce in un soffio – ma i momenti più duri sono stati quando mi sono trovato in mezzo al mare e non sapevo che ne sarebbe stato di me, né se sarei davvero riuscito ad arrivare in Italia…”.

Se tornassi indietro c’è qualcosa che non faresti per quanto riguarda il tuo viaggio?, gli chiedo nei lunghi secondi di silenzio che seguono. “… non avrei fatto la scelta di passare per la Libia… è stato durissimo per come sono stato trattato dalle forze dell’ordine libiche…”.  Gebril non si sofferma sui dettagli, ma dalle poche parole che gli escono mentre rivive quel momento della sua vita c’è tutto un mondo sommerso nel quale si intravede l’inferno sulla terra. 

Poi dopo qualche istante aggiunge: “Dal momento in cui ho iniziato il mio viaggio ho incontrato tante persone e da ognuno di loro ho imparato molto. Da quando sono arrivato in Italia sento che sono cambiato tanto… e a volte me lo dicono anche gli amici più stretti. Ognuno poi ha la sua storia, e bisogna sempre imparare da quelle degli altri per continuare a crescere…”.

Gli chiedo cosa vorrebbe dire ai ragazzi che in Egitto stanno cercando di organizzarsi per partire e venire in Italia. “Direi loro di non smettere mai di cercare di realizzare i propri sogni, di cercare sempre di capire cosa significa andare a vivere in un paese come l’Italia; direi loro di comportarsi bene una volta arrivati così da potersi integrare, altrimenti è un fallimento…”.

Cerco di analizzare assieme a lui un dato oggettivo e cioè che da tanti anni molte associazioni umanitarie si battono per far finire la tratta degli esseri umani, ma ancora non si riesce a vincere questa battaglia contro i trafficanti. “Sono persone corrotte, che non intendono smettere di approfittarsi degli altri…”, commenta amaramente Gebril. 

Gli chiedo infine quale sia il sogno per il suo futuro ora che è in Italia. “Vorrei crescere professionalmente nel mio lavoro di aiuto cuoco. Dopodiché vorrei avere la possibilità di aprire un’attività nel mio Paese per poter dare lavoro a chi non ce l’ha”.

Prima di salutarci mi racconta di un antico proverbio arabo: “dopo che muori ogni cosa di te si nasconde, si perde, tranne il tuo esempio…”. Per Gebril si tratta di un punto fermo nella sua vita: l’esempio di ogni persona è ciò che rimarrà di lui per sempre, e le persone si ricorderanno di ciò che faceva, della sua coerenza e della sua credibilità. “Mio padre mi ha sempre detto che conoscere persone autentiche è come avere un tesoro. E in mezzo a tante persone false trovarne di vere e autentiche è davvero come trovare un tesoro…”. Per un attimo resta in silenzio e poi conclude: “Quando me ne andrò da qualsiasi posto dove mi trovo, quello che resterà di me sarà solo il mio esempio, quello che facevo e come mi comportavo…”.

 

Lorenzo Baldo

 

 

Foto dello spettacolo © Benedetta Folena

 

Palio Studentesco 2025  https://www.teatroclubudine.it/palio/palio-studentesco-2025/

 

Info: www.teatroclubudine.it 

 

Info: https://www.filologicafriulana.it/