Quando il rap diventa inclusione
Dj Tubet: Voce e ritmi di Casa Immacolata

Sono occhi che scrutano. Occhi di ragazzi che hanno visto l’inferno prima di approdare in Italia. Ragazzi che, tra i 14 e i 17 anni, hanno lasciato il proprio paese, Egitto in prevalenza (ma anche Tunisia, Pakistan, Bangladesh, Kosovo e Albania), sognando un futuro diverso. Con un progetto di vita che spesso si è scontrato con la feroce violenza dei trafficanti di persone legati alle mafie. Una violenza spesso fisica, ma anche strisciante, psicologica, basata sull’intimidazione e sul ricatto. I ragazzi di Casa Immacolata scrutano con lo sguardo per capire chi hanno di fronte. Hanno letto il nome del protagonista del laboratorio sulla locandina: “Rap e inclusione. Voce e ritmi di Casa Immacolata a cura di Dj Tubet”. Ed eccolo qui, nella sala polifunzionale della Fondazione Casa Immacolata. E’ davanti a loro: capelli rasati ai lati, una lunga treccia che scende sulle spalle. Al secolo Mauro Tubetti, classe 1982; dal ‘98 è Dj Tubet, rapper e produttore friulano, tra i pionieri della hip-hop pedagogy. Grande conoscitore della cultura hip-hop, è capace di contaminarla con altri generi musicali, tra cui il dub, il reggae, la world, fino al funky-jazz, intrecciando anche la lingua friulana. Insomma, un ottimo biglietto da visita. Nell’arco dei tre incontri (dal 30 dicembre 2024 al 12 gennaio 2025), nei quali si è sviluppato il laboratorio di scrittura creativa rap, c’è stata una vera e propria contaminazione tra culture differenti attraverso un’arma potentissima: la musica.
Ancora prima di dare inizio a queste tre giornate è stato lo stesso Dj Tubet a spiegare il senso di questo progetto ambizioso “nato dall’esigenza di integrazione e inclusione di questi ragazzi”. Tra questi giovani – evidenzia il rapper – ci possono essere anche quelli “affascinati dall’Italia dal punto di vista criminale (la mafia) e dal mito di fare soldi facili in poco tempo”. Ed è proprio per questo motivo che il suo progetto vuole essere “l’occasione per i ragazzi di confrontarsi anche sul tema della legalità”.
Per Dj Tubet questo confronto passa necessariamente attraverso l’apprendimento delle tecniche di rima, metrica e flow. Così come “attraverso l’ascolto e l’analisi di canzoni rap/trap, pure quelle suggerite (e ascoltate) dagli stessi partecipanti, e di brani friulani”. L’obiettivo è chiaro: provare poi tutti insieme a “scrivere testi creando rime e versi ispirati a vari argomenti”, e soprattutto “utilizzare l’arte e la musica per diminuire i pregiudizi e favorire l’inclusione sociale, diffondendo una cultura del rispetto della legge e favorire la comprensione reciproca”.
Dal canto suo Simona Longhitano, che ha coordinato il progetto, evidenzia l’importanza che questo laboratorio possa “creare uno spazio stimolante per gli adolescenti ospitati”, e che sia “un modo per insegnare loro che si può fare ciò che piace in maniera corretta, senza violenza”.

L’avvio dei lavori
Mentre il mediatore culturale traduce l’intervento del rapper friulano lo sguardo dei ragazzi cambia spesso sfumature, dalla mera curiosità, ad un’apertura graduale, che li porta poi a lasciarsi coinvolgere.
Attraverso la tecnica del “free-style” Dj Tubet chiede a ognuno di loro una parola che poi unisce in un instant-text, improvvisando in tempo reale un testo su base rap. Dai ragazzi arrivano parole come “grazie”, “confusione”, “vita”, “domani”, “amore”, “difficile”, “successo”, e man mano che queste si liberano nell’aria cominciano a prendere forma i loro sogni, le loro paure, le loro disillusioni, ma anche le loro speranze e il loro impellente desiderio di riscatto.
In pochi istanti nasce quindi una canzone rap il cui filo conduttore è il coraggio di essere se stessi.
Un ragazzo si alza prende il microfono e canta una canzone rap in egiziano. I suoi amici lo incoraggiano con un tifo da stadio. Poi è Dj Tubet a raccontare la storia del rap che “nasce per dire la verità e per trasformare il negativo in positivo”. E’ una storia che parte da lontano, negli Stati Uniti, dove un leader di una gang decide di organizzare un incontro con tutte le altre gang. L’obiettivo è quello di smettere di farsi la guerra tra di loro, e di sfidarsi invece con le rime e con la break-dance. Il messaggio è chiaro: uscire da una mera logica di violenza e sopraffazione e dare una svolta alla propria vita. I ragazzi ascoltano, alcuni rumoreggiano, ma le parole del rapper friulano non lasciano indifferenti.
C’è anche spazio per spiegare ai ragazzi come oggi il rap sia spesso strumentalizzato dalle potenti case discografiche che speculano sui rapper che incitano all’odio e alla violenza.
Il racconto di Dj Tubet si snoda attraverso la storia dell’attivista e politico statunitense Malcom X, per collegarsi poi all’ideologia dei “Five Percenter” secondo cui l’85% della popolazione vive nell’ignoranza, il 10% è crudele, perché conosce la verità ma la sfrutta per un tornaconto personale, mentre il restante 5% è rappresentato dai “righteous teachers” che conoscono la verità e hanno una vera e propria missione di illuminare il resto dell’umanità. E’ una storia che parla anche di poteri forti pronti a silenziare le voci fuori dal coro. Poteri che invece spingono avanti e sostengono con forza i rapper divulgatori di messaggi negativi.
“Quando avete un microfono in mano – sottolinea Dj Tubet – avete una responsabilità: dovete essere migliori della comunità che rappresentate. Chi canta deve essere un esempio per la comunità e deve spiegare l’importanza di fare del bene”.
Ai ragazzi viene chiesta un’altra parola ciascuno per poter creare una nuova improvvisazione: “il viaggio”, “la verità”, “il futuro”, “la vita”, “esprimermi”, “Egitto”, “trafficanti di persone”, “un sogno”, “papà”, sono solo alcune delle parole che riaffiorano dall’animo di questi giovani. E stavolta il filo conduttore è inequivocabile: verso un sogno.
Una vita in una canzone
Nel testo vibrano forte tutte le emozioni che ognuno di loro ha provato prima di arrivare in Italia. Un vero proprio inno. Che affonda però le sue radici in un dolore dell’anima, spesso difficile da sanare. Che a volte si trasforma in un’esplosione incontenibile di rabbia.
Le parole della canzone “Verso un sogno” vanno ben oltre le barriere e i confini costruiti dagli uomini. E rimbombano forti con un ritmo incalzante.

“Lasciai il mio paese per una vita migliore
fuggire dal mio male, mare emigrazione
diversi paesi nel mio viaggio mi sconsolo
molti kilometri poi l’Europa e sono da solo
chissà come sarà il mio futuro qua
la mia mente sogna una nuova possibilità
siamo in Italia buongiorno Italia
un sogno che alle volte ancora mi ammaglia
qua la vita è differente dall’Egitto
uomini donne città e diritto
verso la mia meta mi sento al sicuro
il sogno non è impossibile giuro!
Anche se manco a mamma e papà
il futuro sarà meno pericoloso Inshallah
tempo noioso tra scuola e adolescenza
un lavoro serio tra speranza e pazienza.
Rit
Verso un sogno, oltre il mare e il dolore,
stringo forte il cuore, tengo vivo l’amore.
Con speranza e pazienza, costruisco il domani,
una vita diversa, con le mie stesse mani.
Ma quante cose ho visto in questo viaggio,
occhi chiusi al buio, il mare è un miraggio.
Tra i trafficanti che rubavano i sogni,
vendendo speranze e falsi bisogni.
Straniero qui, ma col cuore in mano,
porto il mio Egitto ovunque vada, piano piano.
Una lingua nuova che ancora non so,
ma nel mio sguardo c’è forza, non mollerò.
Notti fredde, e stelle sopra il cielo,
mi parlavano di un futuro vero,
di una vita che si può ancora costruire,
oltre il dolore, oltre il patire.
Mamma prega per me lontano,
le sue parole sono come un talismano.
“Figlio, non fermarti, vivi il tuo sogno,
e ricorda chi sei, anche se hai bisogno.”
Rit
Verso un sogno, oltre il mare e il dolore,
stringo forte il cuore, tengo vivo l’amore.
Con speranza e pazienza, costruisco il domani,
una vita diversa, con le mie stesse mani.
Questa gente è diversa, ma io la rispetto,
cerco un lavoro, un tetto, un buon progetto.
Con gli altri emigrati siamo una famiglia,
ogni sorriso è una nuova stella che brilla.
Italia, sei un ponte verso il domani,
con il sudore e la forza delle mie mani.
Il futuro è incerto, ma io non mi arrendo
ogni passo mi avvicina a un traguardo eterno.
Rit
Verso un sogno, oltre il mare e il dolore,
stringo forte il cuore, tengo vivo l’amore.
Con speranza e pazienza, costruisco il domani,
una vita diversa, con le mie stesse mani”.
Parole che restano
“Più studiate e più sarete forti per quando uscirete di qua – continua Dj Tubet mentre col microfono si avvicina ai ragazzi – Così potrete raccontare quello che avete vissuto…”. I ragazzi lo ascoltano, alcuni si guardano tra di loro, altri con lo sguardo sono lontani, quasi assenti, come se il loro passato continuasse a sbattere in faccia al loro futuro ancora tutto da costruire. Il racconto del rapper friulano prosegue sulle vette altissime di quando si persegue un sogno, ed è proprio lì che secondo lui “più si fa fatica e più si hanno gli strumenti per realizzarlo”.
Spazio quindi ad alcune canzoni famose in Italia che i ragazzi hanno imparato a conoscere. Si comincia dall’amore spezzato del “Filo rosso” di Alfa. Uno dei ragazzi prende il microfono e canta gioie e dolori di chi è alle prese con le delusioni d’amore: “che ne sanno gli altri che ti guardano. Non ti guardano come ti guardo io. Anche se ti mancano. Non ti mancano come ti manco io. Che non sono gli altri, sappiamo entrambi che c’è un filo rosso che ci unisce. Che non si vede, si capisce”. Ma c’è anche chi canta la hit di Fabri Fibra del suo remake del 2024 di “In Italia”, storico successo del 2008. Nella nuova versione assieme al noto rapper ci sono Emma Marrone, che nel ritornello sostituisce la voce di Gianna Nannini, e Baby Gang, a cui è affidata la seconda strofa. Sono parole che colpiscono come un pugno in faccia. “Sеi nato e morto qua, sei nato e morto qua. Nato nel Paese delle mezze verità. Non è Chicago né Atlanta, ma siamo in Italia. Paese dei corrotti e della mafia, dove i tuoi soldi non sono sicuri in banca. Perché da un giorno all’altro possono finire in tasca. Non è Renato Vallanzasca che intasca, ma qua chi ci rapina sta in giacca e cravatta. Lo Stato ci discrimina soltanto per la faccia. Lo sanno che una penna può far più male di un’arma”.
E c’è anche chi vuole provocare cantando Simba La Rue e i suoi “40 gradi” e “Amore di mamma”. “Sono stato male, male, male, male. Senza money, money sono stato male. Ho la testa piena di problemi. Ai problemi, che ho, ci penso domani. Ci penso domani, ci penso dopo. Magari non ci penso proprio. Un vero uomo lavora sodo. Dormivo sopra un divano scomodo. Da una famiglia povera. Non sono più povero, morirò comodo. Papà è raro che è sobrio. Papà, mi sa che hai bevuto un po’ troppo. Mamma piange perché ne ha viste troppe. Non dorme finché non rientro la notte. Suo marito che la riempie di botte. Mamma guerriera m’ha donato la forza”. Parole di rabbia, cantate, o forse urlate, per tirare fuori quello che spesso invece si sedimenta nel pozzo profondo di ognuno di noi.
Spazio anche per chi vuole cantare “Again Love” di Shiloh Dynasty, dove traspare con forza il disperato bisogno di “ancora amore”, in questi tempi bui. C’è poi chi canta qualche strofa in cui pulsa forte un pezzo della propria vita, dove sono racchiusi sogni, disillusioni, ma anche speranze di un futuro diverso da quello che si è lasciato alle spalle. Parole autentiche, vissute sulla propria pelle, che raccontano la forza insopprimibile di un sogno. Parole che si ritrovano anche in un testo scritto da un ragazzo che ha da poco lasciato la comunità e che viene letto da Dj Tubet. Scrive con ardore della sua terra, l’Egitto, e della sua storia millenaria. Fusione e contaminazione vibrano poi nella stupenda melodia “Schiarazula Marazula”, una danza friulana del 1500. E in quelle stesse note si fonde l’eco della musica araba antica, con assonanze impressionanti. Al punto che il presidente della Fondazione Casa Immacolata, Vittorino Boem, presente in sala assieme al vicepresidente Benzoni, si alza e si avvicina a Dj Tubet per aggiungersi a lui in questo canto che unisce due popoli.
Dalla “Schiarazula Marazula” si ritorna quindi in Egitto per la conclusione del laboratorio, qualche ragazzo comincia a ballare festosamente alcune musiche egiziane. Ed è una danza liberatoria, di quelle che abbattono confini e divisioni.
Lorenzo Baldo
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Il podcast di RaiPlaySound – Il laboratori “Rap e inclusion. Vôs e ritmis di Casa Immacolata”
Il sito ufficiale di Dj Tubet
“Il mio rap in friulano per capire il mondo”
https://www.ilfriuli.it/spettacoli/il-mio-rap-in-friulano-per-capire-il-mondo/




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